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Lo yoga come dono, poi come qualcosa da trasmettere agli altri

  • Immagine del redattore: giorgiafaga
    giorgiafaga
  • 22 apr 2022
  • Tempo di lettura: 4 min

La mia pratica personale ed il mio insegnamento


Lo yoga è entrato nella mia vita prestissimo e ne ho ricordi sfuocati, risalenti ai miei anni d'infanzia.

Mio papà, che a me piace definire il mio primo maestro, è stata la persona che me lo ha donato e lui stesso, a sua volta, allievo di suo fratello maggiore, lo ha ricevuto in regalo. Insomma: una tradizione di famiglia.

Le mie prime asana erano buffe, dotate di una flessibilità che solo i bambini hanno, spontanee e acerbe, divertenti e accompagnate dal solletico e dagli allungamenti fatti dalle grandi mani di mio padre che si divertiva ad insegnarmi, che mi permetteva di viverlo come un gioco quando era giusto che lo fosse. Si parlava già allora di disciplina, di mantra, di energia, mi venivano letti libri e regalati mandala da colorare ma è stato ad otto anni che ho cominciato a capire di cosa si trattasse veramente: qualcosa di più serio, qualcosa che di certo era legato alla sfera spirituale, a quella delle cose non tangibili. Frequentammo insieme per un paio di anni un corso di Kundalini yoga e li le asana diminuirono e il focus cominciò a spostarsi più verso l'interno.

Durante la mia crescita sono stati lunghi gli intervalli di pausa dalla pratica, dalla meditazione ma quel modus vivendi ormai lo avevo imparato, era qualcosa di indelebile e che si manifestava in maniera naturale come uno strumento magico ogni qualvolta ne avevo bisogno.





Quando ho cominciato ad insegnare, avevo ormai ripreso la mia pratica personale con costanza e dedizione, esplorando diversi approcci (ora più dinamici come il vinyasa o l'ashtanga, ora più dolci come l'hatha).

Il desiderio di trasmettere quello che avevo avuto la fortuna di ricevere in dono, è arrivato lentamente, mentre ero dedita ad altre cose, in un altro ambiente lavorativo e non pensavo ancora ne credevo di desiderare di cambiarlo.

Me la ricordo ancora la mia prima lezione "ufficiale" ( le mie lezioni fino a quel momento erano rivolte solo ad amici che avevano il desiderio di provare lo yoga o che praticavano con piacere da soli). Ero un po' tra l'emozionato e il terrorizzato perchè dovevo rivolgermi ad una classe di persone, tutte con almeno vent' anni in più di me che, seppur sportivi, non avevano mai fatto yoga e toccava a me, con una responsabilità immensa, spiegarglielo per la prima volta. Da quel giorno di Giugno, non ho più smesso: quello che mi dava il trasmettere agli altri questa dimensione meravigliosa della pratica era impagabile. Mi sono resa conto, piano piano, di star aiutando gli altri ad aiutarsi da soli, a conoscersi, ad esplorarsi e andare in profondità così come era stato insegnato a me.





La cosa assolutamente magica dello yoga è che non è un insegnamento che viene dall'esterno anche se hai un'insegnante davanti, tu sei il maestro di te stesso. Nessuno, se non tu da solo, può comprendere quello che la tua pratica ti insegnerà.

Quella persona che ti trovi di fronte è solo qualcuno che mette la mano sopra la tua mentre la stai poggiando sulla maniglia di una porta che ti prepari ad aprire per la prima volta ma il gesto lo compi tu, tu solo sai cosa stai vedendo oltre la porta, come ti senti, cosa sente il tuo corpo.

Il mio desiderio era questo: spiegare agli altri che tutte le risposte alle loro domande, le modalità per affrontare i loro problemi, tutte queste cose insieme, loro le avevano già, erano dentro di loro e grazie all'ascolto di se stessi, grazie alla comprensione del proprio corpo fisico, potevano diventare i maestri di se stessi.

Lo yoga non spiega, non parla, non rivela nulla. Lo yoga ti spinge a fare, ti mette al centro della tua vita, ti muove, ti ribalta (a volte letteralmente) e ti fa agire. Il resto viene da se perchè impari TU, da solo, il processo ed impari ad applicarlo a tutte le circostanze della vita, anche quando ti sembra di non star riuscendo ad agire come vorresti o come hai imparato, credimi, lo stai facendo.



Quando mi viene chiesto quante volte bisogna praticare a settimana, per quante ore o quanti minuti di tecniche di respirazione servono affinchè funzioni, mi viene da sorridere perchè, se è vero che le lezioni - di solito - sono di un'ora circa e se è vero che sono "suddivise" con un ritmo abbastanza preciso tra pratica fisica/respirazione/parte finale di meditazione, la verità è che ognuno di noi deve poi portare sul proprio tappetino la propria pratica che forse è completamente diversa da quella imparata a lezione perchè magari sentiamo il bisogno di rallentare o di andare più veloci, di passare direttamente alla meditazione finale o di fare solo cinque minuti di respirazione. Non esiste un ordine giusto o una pratica universalmente corretta e questo è il mio credo più grande. Ricorda sempre che tu sei il tuo maestro e che è stupendo praticare con l'insegnate e con i tuoi compagni, ma che è altrettanto magico quando sei da solo e riporti sul tappetino quello che senti il bisogno di riportare in quel momento, quel giorno. E no, non importa per quanto tempo, per quante ore e quante volte a settimana: cerca di non vivere in maniera razionale questo strumento magico che stai imparando anche se so che è difficile perchè siamo abituati a tradurre tutto in quantità, in numeri ed in benefici pratici che riceviamo da una determinata attività. Lasciati andare e lascia che la pratica diventi ogni volta qualcosa di diverso perchè lei cambia con te, ogni giorno della tua vita, con il susseguirsi delle tue esperienze e i tuoi mutamenti.

Impara a muoverti, divertirti e respirare che tutto il resto verrà da se!


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